Capire la Svizzera.

La Svizzera di oggi non è il risultato dell’evoluzione naturale più che bimillenaria di un popolo o di un insieme di tribù appartenenti allo stesso ceppo, ma il prodotto di un lungo processo d’integrazione e di sviluppo fortemente voluto da etnie diverse. Sebbene all’origine della Confederazione (verso la fine del XIII secolo) non ci fosse un’intesa per realizzare insieme un progetto nazionale, ma un patto, un’alleanza, una «Lega di Confederati» (questa è l’espressione che figurerà anche nella Costituzione del 1848) per difendere una molteplicità di interessi comuni (controllo dei passi alpini, autogoverno, libertà da ingerenze esterne, diritti personali, conservazione dei loro beni, ecc.), la Svizzera di oggi non si capirebbe senza una persistente volontà dei suoi cittadini di coesistere in una «nazione».

In principio c’era la volontà



Si dice spesso che all’origine della Svizzera ci sia stata la volontà di sopravvivere e ancora si ripete che la Confederazione è una «Willensnation», una nazione fondata sulla volontà. Con questa espressione s’intende sottolineare che alla base del processo di aggregazione e integrazione di diverse etnie e culture c’è stata, c’è e sempre ci sarà una grande volontà comune capace di perseguire l’unità «nazionale» pur preservando la «diversità» delle sue componenti etniche, culturali, linguistiche. Per questa sua peculiarità si dice anche che la Svizzera è un Sonderfall, un «caso particolare», rispetto soprattutto agli Stati confinanti, che hanno perseguito l’omogeneità (origine, lingua, cultura, religione, ecc.) seguendo un programma politico e culturale di tipo centralistico.

L’idea della Willensnation non è un’autorappresentazione della Svizzera moderna alla ricerca di un’origine nobile, addirittura eroica, come quella descritta nel Guglielmo Tell di Friedrich Schiller, quando i convenuti sul praticello del Grütli (1291) gridano unanimi: «noi giuriamo qui di formare un sol popolo di fratelli, che le sventure e i pericoli mai non divideranno». Non è nemmeno un ricorrente artifizio politico e retorico per sollecitare il superamento di divergenze e contrasti tra varie parti del Paese. L’espressione Willensnation indica piuttosto la consapevolezza che accompagna i confederati, idealmente in maniera ininterrotta, dalla fine del XIII secolo ad oggi, di appartenere a un gruppo, un’alleanza, una lega, una nazione

Patto con giuramento
A prescindere dalla componente leggendaria dei racconti delle origini, non si può non collocare gli inizi della vecchia Confederazione in quei tempi lontani, secondo quanto attestato da alcuni documenti dell’epoca e in particolare il cosiddetto «Patto federale» dell’inizio di agosto 1291, conservato nel Museo dei Patti federali di Svitto e considerato ufficialmente il più antico atto costituzionale svizzero. Quel documento, pur non costituendo l’atto di formazione di «un sol popolo di fratelli», può essere ritenuto a buona ragione un atto di volontà comune espresso dalle tre comunità montane di Uri, Svitto e Untervaldo, decise a sostenersi reciprocamente nella salvaguardia di alcuni interessi comuni quali la sicurezza interna ed esterna e la pace. Come tale, e alla luce di quanto ha prodotto nei secoli successivi, quell’atto va ritenuto fondamentale per l’intera storia della Svizzera fino ad oggi.
L’inizio del «Patto», redatto in latino medievale, è emblematico. Esso recita, nella traduzione italiana moderna:
«Nel nome del Signore, così sia. E’ opera onorevole ed utile confermare, nelle debite forme, i patti della sicurezza e della pace. Sia noto dunque a tutti, che gli uomini della valle di Uri, la comunità della valle di Svitto e quella degli uomini in Untervaldo, considerando la malizia dei tempi ed allo scopo di meglio difendere e integralmente conservare sé ed i loro beni, hanno fatto leale promessa di prestarsi reciproco aiuto, consiglio e appoggio, a salvaguardia così delle persone come delle cose, dentro le loro valli e fuori, con tutti i mezzi in loro potere, con tutte le loro forze, contro tutti coloro e contro ciascuno di coloro che ad essi o ad uno d'essi facesse violenza, molestia od ingiuria con il proposito di nuocere alle persone od alle cose».

La maniera con cui quell’accordo fu sancito, ossia il giuramento sacro,aiuta a capirne l’importanza: «A conferma che tali promesse saranno lealmente osservate, prestano giuramento, rinnovando con il presente accordo l'antico patto pure conchiuso sotto giuramento». Questo spiega anche l’introduzione del testo: «Nel nome del Signore, così sia», come se si chiamasse Dio a testimone della lealtà e serietà con cui il patto veniva concluso.

Principi di solidarietà e democrazia
Trattandosi di un Patto, per di più sancito con un giuramento, non si può fare a meno di ricordarne brevemente i contenuti, che indicano in embrione alcuni ideali della futura Confederazione. Oltre alla salvaguardia delle persone e dei loro beni, il Patto considera tra gli obiettivi da conseguire anzitutto una sorta di solidarietà, descritta come l’impegno di ciascuna comunità ad «accorrere in aiuto dell'altra, ogni volta che sia necessario» e a «respingere, a proprie spese, secondo le circostanze, le aggressioni ostili» e «vendicare le ingiurie sofferte». Un altro obiettivo è il conseguimento di una forma di democrazia, che per quanto ancora rudimentale, lascia intravedere elementi avanzati di gestione della cosa pubblica, ad esempio quando si statuisce di «non accogliere né riconoscere in qualsiasi modo, nelle suddette valli, alcun giudice il quale abbia acquistato il proprio ufficio mediante denaro od altra prestazione, ovvero non sia abitante delle nostre valli o membro delle nostre comunità». Oppure quando si decide di ricorrere a una sorta di arbitrato super partes per dirimere le controversie («Se sorgesse dissenso fra i confederati, i più prudenti di loro hanno l'obbligo d'intervenire a sedar la discordia, nel modo che loro sembrerà migliore; e se una parte respinge il giudizio proferito, gli altri confederati le si mettano contro»).

Dal Patto federale alla Costituzione federale
Per quanto non esista un legame diretto tra il Patto federale del 1291 e la Costituzione federale attuale, mi pare innegabile un legame ideale tra i due documenti, entrambi finalizzati a consolidare almeno in alcuni campi l’unione dei confederati per raggiungere meglio determinati obiettivi, il primo documento tenendo conto della «malizia dei tempi», il secondo delle mutate condizioni sociali e politiche interne e internazionali.
Questo legame, tuttavia, non è tanto dovuto ai contenuti quanto piuttosto alla tensione ideale presente nei primi confederati e negli svizzeri di oggi di voler essere sé stessi e di voler raggiungere gli obiettivi ritenuti allora e oggi utili e possibili.
Anche lo strumento e la forma decisi per realizzare gli obiettivi mi sembrano indicatori potenti della continuità e dunque dell’identità nazionale dei confederati del 1291 e di quelli di oggi. L’espressione «Lega dei Confederati» che figura nel Patto federale del 1291 è la stessa usata nel preambolo della Costituzione del 1848 (mentre l’attuale Costituzione del 1999 preferisce l’espressione analoga «alleanza confederale», pur confermando il senso della precedente). Tra il primo è il secondo documento trascorsero cinque secoli e mezzo, ma pur essendo alquanto diversi è facile trovare una linea di continuità sostanziale. In entrambi, per esempio, si sottolinea la pluralità e diversità delle entità che compongono la Lega, ma anche la volontà che le unisce.

La Svizzera, un «Sonderfall» (un caso speciale)


Pertanto, sostenere che alla base della Confederazione ci sia la volontà non mi sembra né insignificante né una forzatura. Tanto è vero che si richiamano a questo legame anche molti politici di oggi. Ciò non toglie comunque che la Svizzera abbia rappresentato per molto tempo e in parte rappresenti ancora adesso un «Sonderfall», anche proprio riguardo all’identità nazionale. Se infatti può essere abbastanza semplice riconoscere una comune identità agli italiani, ai francesi o ai tedeschi (per limitarsi ai popoli degli Stati confinanti) in quanto cittadini di lingua e di nazionalità italiana, di lingua e nazionalità francese o di lingua e nazionalità tedesca, non è altrettanto semplice quando si tenta di identificare gli svizzeri. Gli svizzeri infatti non sono i cittadini di lingua svizzera che hanno la nazionalità svizzera.
La Svizzera, tanto per cominciare, non è uno Stato nazionale (nel senso di «Stato costituito da una comune entità culturale e/o etnica omogenea», in cui i cittadini condividono linguaggio, cultura, valori, ecc. cfr. Wikipedia), ma è una Confederazione di Stati (Cantoni). Già questa costatazione lascia intuire facilmente la sua complessità ed eterogeneità (popolazioni, storie, culture, lingue, religioni… diverse), ma anche la sua straordinaria forza di coesione (che si manifesta attraverso il plurilinguismo, il federalismo, la democrazia diretta, ecc.). Altrimenti la Svizzera non esisterebbe e non sarebbe possibile attribuire anche agli svizzeri una «cultura nazionale» che sta alla base della loro identità.

Tanti nomi per un solo Paese
Il «Sonderfall» sta proprio in questo, che nonostante l’eterogeneità, l’entità nazionale svizzera continua ad esistere, sebbene le popolazioni da cui discendono i confederati di oggi non avessero in comune né la provenienza, né la lingua e nemmeno una denominazione comune. Del resto non ce l’hanno nemmeno ora, tant’è che a seconda della lingua usata bisogna chiamarli Schweizer, Suisses, Svizzeri, Svizzers, come si deve chiamare con nomi diversi il loro territorio Schweiz, Suisse, Svizzera, Svizra e magari Switzerland (anche se non è un nome ufficiale)



Per rendersi conto della portata di questa pluralità di nomi, bisogna ricordare a quanti già non lo sapessero, che non si tratta di traduzioni (come nel caso di Italie, Italien, Italy per l’Italia), ma di denominazioni ufficiali. Si potrebbe aggiungere che in un Paese democratico come la Svizzera, che riconosce la parità linguistica delle sue principali componenti demografiche, non si è voluta privilegiare alcuna denominazione, pur essendo quella svizzero-tedesca di gran lunga la più rappresentativa. Semmai si sarebbe potuto optare per una denominazione per così dire neutra, super partes. In effetti il tentativo c’è stato e Confoederatio Helvetica è la denominazione ufficiale latina, ma viene raramente utilizzata dalla stessa Confederazione. Non è però scomparsa: essa figura infatti incisa sul frontone del Palazzo federale a Berna (dal 1902), in alcune monete (per es. quella da 5 franchi), sul sigillo della Confederazione (solo dal 1948) ed è all’origine della sigla internazionale della Svizzera: CH.

Tanta varietà di nomi può sorprendere, ma non quanto dovrebbe sorprendere il costatare che sotto questa molteplicità si raccoglie un intero popolo, «il Popolo svizzero», che «in nome di Dio Onnipotente» e insieme ai Cantoni si è data nel 1848 e rinnovata nel 1999 la Costituzione federale. (Segue)

Giovanni Longu
Berna, 25.11.2015


Pubblicato da Giovanni Longu

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Teatro Massimo

Il progetto La scuola va al Massimo sviluppa un percorso finalizzato ad un ascolto non occasionale del repertorio operistico e sinfonico con l’intento di formare un nuovo pubblico, sensibile, attento, consapevole e critico: un ascolto che conduce al “capire”. Il bambino, tanti più stimoli diversi avrà l’opportunità di vivere, tanto più affinerà la sua capacità discriminatoria, avendo a disposizione quello straordinario strumento che è la possibilità di scegliere e paragonare. L’esperienza in Teatro è senza dubbio un’occasione da non perdere perché non è mero intrattenimento –

La Cala Palermo

La cala, l'antico porto di città, era un tempo difeso dal Castello a Mare, edificato sotto gli Arabi, ma trasformato e riutilizzato in seguito come roccaforte, prigione, abitazione. La massiccia costruzione è stata purtroppo fortemente mutilata nel 1922 per l'ampliamento del nuovo molo. Il quartiere che si stende alle spalle dell'antico porto non può che essere introdotto dalla chiesa che, per essere stata secoli custode delle catene che lo chiudevano, è stata chiamata S. Maria alla Catena.

Cattedrale

Fu l'arcivescovo Gualtiero Offamilio, ministro di Guglielmo II a promuovere sul posto la costruzione della Cattedrale nel 1184. Dopo i, appena un anno, nel 1185, la chiesa veniva consacrata ed intitolata a Maria Assunta.

Politeama

Nel 1865 il Comune di Palermo delibera la costruzione del Politeama. Essendo la spesa superiore alla cifra prevista, viene contattato il banchiere Carlo Galland che si impegna a costruire oltre a "tre mercati secondo i disegni dell’architetto Damiani e a costruire, nel locale che indicherà il Municipio, un Politeama secondo il piano d’arte e disegni preparati dall’Ufficio tecnico del Municipio" (Capitolato di convenzione tra il Municipio e il Sig. Carlo Galland, piemontese, per la costruzione dei mercati e Teatro, 1866).

Chiusa Sclafani

Comune della provincia di Palermo, situato a 658 metri sul livello del mare, posto al margine sud-occidentale dei cosiddetti "Monti Sicani", nella regione del corleonese, il territorio di Chiusa si estende nello spartiacque tra la Valle del fiume Belice e quella del fiume Sosio. Il borgo medievale fu fondato agli inizi del 1300 dal Conte Matteo Sclafani. Successivi signori della città furono Guglielmo I Peraltra, i Cardona, i Gioeni ed infine la famiglia Colonna che mantenne la signoria fino all'abolizione della feudalità, cioè fino al 1812.

Bisacquino

Bisacquino si trova nelle vicinanze del Monte Triona. La sua origine risale al casale arabo “Busequin" (padre del coltello). Dal XII secolo entrò a far parte della Chiesa di Monreale, sotto la cui giurisdizione rimase fino al 1778, quando passò al demanio regio. L’aspetto urbanistico conserva le caratteristiche islamiche. Il centro storico è articolato da cortili e viuzze, con molte case realizzate in pietra, dove spesso sono collocate piccole edicole in creta smaltate con sacre raffigurazioni votive di scuola siciliana risalenti ai sec. XVII e XVIII, archi e bevai. Vi sono sedici Chiese, fra cui, la Chiesa Madre (Piazza Triona) in stile barocco. La Chiesa Madre dedicata a San Giovanni Battista.

Giuliana

Il centro era gia' esistente in epoca araba. L'arrivo di Federico II d'Aragona e' testimoniato dalla costruzione di una cinta muraria – che venne demolita nel XIX secolo - e di un castello, forse su di un preesistente fortilizio. Successivi signori della citta' furono il Conte Guglielmo Peralta, la famiglia Luna e quella dei Cardona.

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