Dedicata a tutti gli emigrati delle passate generazioni che vivono lontano dalla Sicilia per amore dei figli.

Amara era la terra.

Amara era la terra chi lassamu
Duci lu pani chi truvamu.
La terra era la codda di la famiglia
lu pani duci la ragiuni chi la scumpiglia


ma l’omu puvireddu chi po fari?
un tettu e un pezzu ‘ i pani avi a truvari.
Quannu la famiglia campa di stentu,
comu si po’ essiri cuntentu?


Cu turnava di luntanu cu lu surrisu
Nni dicia d’aviri truvatu lu paradisu,
Dunni lu travagliu nun rumpi la carina
E di grazia di Diu la panza e’ sempri china.


E accussi partivu pi la me vintura
‘Na casa nta valigia, muglieri e ‘na criatura,
lu cori nicu nicu pi la trepidazioni
quannu cu lu trenu arrivamu a la stazioni.


Ora assupu acqua, friddu e nivi
Basta ca la famiglia cuntenta mangia e bivi,
Ma la sira nta lu lettu, stancu assai,
Mi veni ‘n menti la terra chi lassai


La pensu sempri cu na ducizza ncori
Cu na malincunia chi stringi lu me cori
E li pinseri prestu si mettinu l’ali
E mi ritrovu dintra lu me vecchiu casulari.


E viu a me patri a lu tavulu assittatu
Chi di la so stanchizza ripiglia sciatu
Doppu ‘na iurnata di travagliari sulu,
di sula cumpagnia lu so fideli mulu.


E dda vicchiaredda di me matri
Chi pensa sulu a mia e nenti atri,
Lassata sula nta dda fridda casa,
La me fotografia piglia e basa.


Sempri addumatu teni ddu luminu
Davanti la Madonna e lu Bamminu
E mai si scorda di diri ‘na prighiera,
Pi lu me beni divotamenti spera.


Vulissi iu turnari a la me terra amara
Nta lu me cori sempri amata e cara,
Chidda, pi mia, e’ terra di filicita’…….
Ma li me figli, ormai, vonnu ristari cca.’


Ti pregu, allura, Terra cchiu’ nun mi chiamari
Troppu e’ lu prezzu chi mi toccassi pagari
L’amuri pi sti figli chi misimu a stu munnu
E’ ‘n’amuri troppu granni, e’ amuri senza funnu.


Ernesto Gendusa

Amara era la terra che avevamo lasciato, dolce il pane che trovammo, la terra era la colla della famiglia, il pane dolce la ragione che la scompiglia/ ma l’uomo poveretto che puo’ fare? Un tetto e un pezzo di pane deve trovare. Quando la famiglia vive di stento, come si puo’essere contento?/ Chi tornava da lontano con il sorriso, ci diceva d’aver trovato il paradiso, dove il lavoro non rompe la schiena, e di grazia di Dio la pancia e’ sempre piena/ e cosi’ partii per la mia ventura, una casa dentro una valigia, moglie e una bambina, il cuore piccolo piccolo per la trepidazione, quando arrivammo col treno alla stazione./ Ora assorbo pioggia, freddo e neve, basta che la famiglia contenta mangia e beve, ma la sera nel letto, stanco assai, mi viene in mente la terra che lasciai./ La penso sempre con una dolcezza nel cuore, con una malinconia che stringe il mio cuore ed i pensieri presto si mettono le ali/ e mi ritrovo dentro il mio vecchio casolare./ E vedo mio padre al tavolo seduto che della sua stanchezza riprende fiato, dopo una giornata di lavorare solo, di sola compagnia il suo fedele mulo./ E quella vecchierella di mia madre, che pensa solo a me e nessun altro, lasciata sola in quella fredda casa, la mia fotografia prende e bacia./ Sempre acceso tiene quel lumino, davanti la Madonna e il Bambino, e mai si scorda di dire una preghiera, per il mio bene devotamente spera./ Vorrei io tornare alla mia terra amara, nel mio cuore sempre amata e cara, quella ,per me, e’ terra di felicita’……ma i miei figli, ormai, vogliono restare qua’/ Ti prego, allora, Terra piu’ non mi chiamare, troppo e’ il prezzo che mi toccherebbe pagare, l’amore per questi figli che abbiamo messo al mondo e’un amore troppo grande, e’ amore senza fondo.

Ernesto Gendusa

 

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Teatro Massimo

Il progetto La scuola va al Massimo sviluppa un percorso finalizzato ad un ascolto non occasionale del repertorio operistico e sinfonico con l’intento di formare un nuovo pubblico, sensibile, attento, consapevole e critico: un ascolto che conduce al “capire”. Il bambino, tanti più stimoli diversi avrà l’opportunità di vivere, tanto più affinerà la sua capacità discriminatoria, avendo a disposizione quello straordinario strumento che è la possibilità di scegliere e paragonare. L’esperienza in Teatro è senza dubbio un’occasione da non perdere perché non è mero intrattenimento –

La Cala Palermo

La cala, l'antico porto di città, era un tempo difeso dal Castello a Mare, edificato sotto gli Arabi, ma trasformato e riutilizzato in seguito come roccaforte, prigione, abitazione. La massiccia costruzione è stata purtroppo fortemente mutilata nel 1922 per l'ampliamento del nuovo molo. Il quartiere che si stende alle spalle dell'antico porto non può che essere introdotto dalla chiesa che, per essere stata secoli custode delle catene che lo chiudevano, è stata chiamata S. Maria alla Catena.

Cattedrale

Fu l'arcivescovo Gualtiero Offamilio, ministro di Guglielmo II a promuovere sul posto la costruzione della Cattedrale nel 1184. Dopo i, appena un anno, nel 1185, la chiesa veniva consacrata ed intitolata a Maria Assunta.

Politeama

Nel 1865 il Comune di Palermo delibera la costruzione del Politeama. Essendo la spesa superiore alla cifra prevista, viene contattato il banchiere Carlo Galland che si impegna a costruire oltre a "tre mercati secondo i disegni dell’architetto Damiani e a costruire, nel locale che indicherà il Municipio, un Politeama secondo il piano d’arte e disegni preparati dall’Ufficio tecnico del Municipio" (Capitolato di convenzione tra il Municipio e il Sig. Carlo Galland, piemontese, per la costruzione dei mercati e Teatro, 1866).

Chiusa Sclafani

Comune della provincia di Palermo, situato a 658 metri sul livello del mare, posto al margine sud-occidentale dei cosiddetti "Monti Sicani", nella regione del corleonese, il territorio di Chiusa si estende nello spartiacque tra la Valle del fiume Belice e quella del fiume Sosio. Il borgo medievale fu fondato agli inizi del 1300 dal Conte Matteo Sclafani. Successivi signori della città furono Guglielmo I Peraltra, i Cardona, i Gioeni ed infine la famiglia Colonna che mantenne la signoria fino all'abolizione della feudalità, cioè fino al 1812.

Bisacquino

Bisacquino si trova nelle vicinanze del Monte Triona. La sua origine risale al casale arabo “Busequin" (padre del coltello). Dal XII secolo entrò a far parte della Chiesa di Monreale, sotto la cui giurisdizione rimase fino al 1778, quando passò al demanio regio. L’aspetto urbanistico conserva le caratteristiche islamiche. Il centro storico è articolato da cortili e viuzze, con molte case realizzate in pietra, dove spesso sono collocate piccole edicole in creta smaltate con sacre raffigurazioni votive di scuola siciliana risalenti ai sec. XVII e XVIII, archi e bevai. Vi sono sedici Chiese, fra cui, la Chiesa Madre (Piazza Triona) in stile barocco. La Chiesa Madre dedicata a San Giovanni Battista.

Giuliana

Il centro era gia' esistente in epoca araba. L'arrivo di Federico II d'Aragona e' testimoniato dalla costruzione di una cinta muraria – che venne demolita nel XIX secolo - e di un castello, forse su di un preesistente fortilizio. Successivi signori della citta' furono il Conte Guglielmo Peralta, la famiglia Luna e quella dei Cardona.

Pietre miliari nella storia della Rega

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